mercoledì, 05 novembre 2008

Non so voi, ma a me il provincialismo italiano causa tenerezza. Prendiamo le elezioni americane, soprattutto il post election day. Cosa abbiamo? Schiere di politici, politicanti, politicucci e compagnia bella a dichiarasi tutti obamiani, con effetti quantomeno paradossali, direi.

Di un grande paradosso è vittima il centrodestra. Come può un fiero sostenitore di Bush, come Berlusca e relativi lacché, dichiararsi obamiano?  Boh… ma a sentire Frattini i due hanno molto in comune. L’uno è alto, magro, nero e con i capelli, nonché fiero oppositore di Bush, bushetti e bushismi vari. Mentre l’altro è Berlusconi (ergo…), uno che ha  appena definito il repubblicano come uno che passa alla storia. Quindi quali siano questi punti di contatto mi sfuggono. Carisma e la capacità di far sognare? Ma questo accomuna molti politici vincenti.

Non meglio sta la ragazzina innamorata che corrisponde al nome di Uolter Veltroni l’Africano. Oggi in un’intervista al Tg 3 se ne è uscita con la lunga tradizione di amicizia fra il partito democratico italico e quello americano. Ma il PD è nato da un paio d’anni… prima c’erano i Ds, ma prima ancora il Pci. Ergo al massimo la lunga tradizione avrà al massimo un decennio. Vabbè, fosse solo questo il problema. Vorrei solo sapere quali siano questi legami fra l’Africano (Uolter) e l’Americano (Obama). Stessa piattaforma programmatica? Amicizia di lungo corso? No e no, ovviamente. E allora? Al massimo Uolter può farsi la pelle  nera, se proprio vuole.

Meno che mai si può  dire, come ha fatto Veltroni, che sia iniziato a tirare un nuovo vento a cui la Destra dovrebbe prestare attenzione. Primo Obama deve far seguire i fatti alla parola “speranza”; secondo le elezioni americane non ricoprono nessun ruolo nell’agone politico italiano.

Se ne conclude due fattori: uno l’irrimediabile provincialismo della politica italiana, chiamata a ciarlare su tutto per quanto il suddetto tutto non se ne cala ne più né meno degli italici; secondo l’incredibile prontezza a saltar sul carro del vincitore. Almeno un decennio  fa il secondo aspetto non era presente. L’unica attenuante è che si tratta di una tendenza abbastanza diffusa (vero Sarkozy?).

Z.M.

postato da: Pippem alle ore novembre 05, 2008 23:19 | Permalink | commenti
categoria:america, sinistra, elezioni, destra
domenica, 02 novembre 2008

Le elezioni presidenziali americane godono, in questo peculiare periodo storico, di una particolarità: il suo risultato si ripercuote sul mondo intero. Il che pone il quesito su chi sia il miglior candidato adottando questa prospettiva, o meglio tre diverse: quella dell’americano, quella del mondo intero e quella dell’europeo.

  Iniziamo da chi gioca in casa. Se si adotta come obiettivo il benessere degli USA è logico supporre che Barack Obama sia la scelta meno sbagliata. Dopo due mandati i Repubblicani sembrano usurati, incapaci di rispondere alle problematiche attuali (ad esser pignoli non lo sono mai stati…). A ciò si aggiungono sia i due disastrosi mandati vissuti nell’ultimo decennio, sia l’elaborazione culturale chiamata “teocon”. Alla luce dei risultati i Repubblicani si sono rivelati inadatti a confrontarsi con il nuovo equilibrio geopolitico, incapaci a sostenere una linea di politica estera razionale, andando dietro, invece, a fesserie quali valori, principi e “manifest destiny”. I risultati? Due guerre iniziate senza una strategia coerente (in Iraq nel migliore dei casi sono andati per ignoranza, nel peggiore per far soldi) e senza prospettive di vittoria; una tensione mondiale considerevole (in primis con la Russia, ma anche con la Cina non si scherza); perdita di prestigio grazie al Patriot Act e a Guantanamo e relativo crescente anti-americanismo (mai abbastanza, però).

Anche a livello economico il risultato non cambia: a livello sociale si sono arricchiti solo i più ricchi, il paese è in recessione, strutturalmente da riformare ed in più persiste ad essere il primo nella classifica dei più inquinanti e che consumano più risorse.

            Il candidato democratico, invece, promette un cambio di rotta che potrebbe apportare, a livello puramente teorico, benefici al paese. Per lo meno gode del benefico del dubbio, beneficio che difficilmente si può accordare a Mc Cain, l’allegro clone di Bush (in tutto, dall’impreparazione alle politiche).

  Aggiungendo che il Congresso è a maggioranza democratica, aggiungendo la mai sopita questione razziale è facile stabilire che Obama sia la scelta più logica.

  Discorso simile per il resto del mondo. Tenendo conto delle promesse fatte, tenendo conto della possibilità di applicarle grazie al Congresso sopracitato e al carisma del personaggio, si può supporre ugualmente che il mondo tragga un maggior numero di benefici dal candidato democratico. Se non altro, come già detto, non potrà fare peggio della politica repubblicana.

  E gli Europei? Dovrebbero tifare per Mc Cain visti i risultati dei Repubblicani (in dieci anni hanno distrutto lo status di iper-potenza, e non di potenza, mondiale…). In genere si sente la storiella che l’alleanza con i coloniali d’Oltreoceano sia indispensabile. Davvero? Riflettete su questo: prima del 1914 l’Europa (bastavano tre paesi: Germania, Gran Bretagna e Francia) era la maggiore potenza economica, militare, scientifica e culturale del mondo. E gli Americani? Bifolchi con Revolver e mucche. Dopo il 1945? Gli Stati Uniti hanno preso quel ruolo, con gli Europei ridotti a puttanelle del bifolco americano. In un mondo organizzato su base culturale l’alleanza fra tutti gli Occidentali è imprescindibile (forse serviranno pure i Latinos….) ma che sia ben chiaro chi sono i signori e chi i servi. Per tutto ciò che è stato scritto:

FORZA MC CAIN! DISTRUGGI IL TUO BEL PAESE DI BIFOLCHI SEMIANALFABETI!

  Z.M.

postato da: Pippem alle ore novembre 02, 2008 21:56 | Permalink | commenti
categoria:america, stati uniti, europa, elezioni
lunedì, 07 gennaio 2008

In Italia esiste un gruppo curioso di persone, gli “Amerikani”. Con la k, mi raccomando. Costoro guardano agli Stati Uniti come ad un punto di riferimento, in ogni aspetto: sociale, economico, politico. Ma, per lo meno, in un aspetto sono italiani: quello di comportarsi in maniera opposta a quanto affermano. Basti osservare alcuni esempi.

Il primo riguarda nel rapporto fra la politica e la giustizia. Negli Stati Uniti, come in tutti gli altri paesi Anglo-sassoni, basta un minimo sgarro con la legge per decretare la fine di una carriera politica, anche la più brillante. E in Italia? Gli “Amerikani”, ovviamente, predicano bene ma razzolano male. Esemplare è Tangentopoli, il più grande scandalo di corruzione politica di tutti i tempi. Nei suoi confronti, qual è la posizione dei nostri amici? Be’, inizialmente, appoggiarono i giudici e la gente comune. Ma sovviene il sospetto che sia stato per mera comodità politica, visto che a distanza di 15 anni i nostri amici la pensano esattamente l’opposto. Adesso, dopo una campagna di disinformazione totale, costoro hanno l’ardire di affermare che fu un complotto giudiziario politico e che non vi fu alcun reato. E negli tanto amati Stati Uniti? Lì è un po’ differente. Nel caso in cui beccassero un politico a parlare con degli indagati di scalate alle banche o  mentre tenta di corrompere un senatore, l’indignazione popolare non verrebbe rivolta contro delle intercettazioni perfettamente legali, ma contro il suddetto politico. Il quale di una sola cosa può essere certo: la fine della sua carriera politica. Non a caso nel Congresso non siedono condannati in via definitiva, indagati e persone sotto processo. In Italia, in queste categorie rientrano un politico su dieci. Mentre un indagato negli Stati Uniti verrebbe sottoposto a pressioni affinché si dimetta, in Italia avviene il contrario. Le pressioni le fanno sui magistrati che hanno l’ardire, questo sì imperdonabile, di indagare sui potenti amici loro.

Poi vi è l’aspetto economico. I nostri amici, ovviamente sono per il libero mercato…o, almeno, lo sono a parole. Quando si tratta di applicare l’economia liberista ad un caso pratico, vedi l’incredibile conflitto d’interessi incarnato nella figura di Silvio Berlusconi, semplicemente… non applicano il liberismo. Ma, forse, non hanno mai sentito parlare del caso Bill Gates. Be’, se non lo sapessero vi è un fenomeno, chiamato abuso della posizione dominante che, coerentemente con la dottrina liberista, in teoria andrebbe risolto. Ecco, in teoria sì, ma in pratica no.

Non meglio combinano con il quarto potere, la stampa. Anche qui sono talmente “Amerikani” da chiudere un occhio sullo strapotere mediatico di Berlusconi (Mediaset, “il Giornale”, “Panorama”…). E negli USA? Qualunque persona detenga un simile potere non potrebbe mai, e poi mai, candidarsi a ricoprire cariche politiche. Va anche detto che è semplicemente impossibile che qualcuno possa ottenere un simile concentrato di potere mediatico. Ma quelli sono gli Stati Uniti d’America…

Vi viene in mente, per puro caso, il nome di un “Amerikano” che presenta tutte queste caratteristiche? No? A me sì: Silvio Berlusconi. E, guarda caso, gli “Amerikani” italiani sono del partito di sua Emittenza, Forza Italia (o, adesso, si chiama Partito delle Libertà? Boh…), o scrivono sui suoi giornali, o sono opinionisti nelle sue reti televisive. Non sarà un caso che gli “Amerikani” italiani si levino sempre a sua difesa…

Z.M.

postato da: Pippem alle ore gennaio 07, 2008 20:51 | Permalink | commenti
categoria:america, amerikani