In questi giorni è andato in scena il funerale della cultura. Un gruppo di artisti, per protestare contro i tagli previsti al mondo culturale, ha dato spettacolo difendendo, a loro dire, l’inestimabile lavoro di pensiero critico dell’arte.
Ma qual è il problema? È tutta una questione di soldi. La cultura in Italia sussiste solo grazie ai contributi statali. I proventi provenienti dagli spettacoli e dai spettatori sono del tutto insufficienti. Ed è proprio qui il punto centrale del discorso. Ammettiamo, ma non concediamo, che la cultura sviluppi un senso critico. Ma allora chiedo: se nessuno se la fila, e da qui il bisogno dei sussidi statali, in chi viene sviluppato il suddetto senso critico? In dieci persone?
Il discorso vale anche per un’altra categoria largamente sovvenzionata: quella della carta stampata. Anche qui abbiamo l’inestimabile valore della costruzione dell’opinione pubblica. Ma anche qui abbiamo lo stesso problema. I giornali necessitano di essere foraggiati perché nessuno, o quasi, li legge. Ma, allora, che opinione pubblica promuovono?
Paradossalmente è la Tv a ricoprire questa funzione, raggiungendo un pubblico infinitamente più vasto. Fanno più opinione pubblica Santoro e Vespa che Mieli (ora De Bortoli) ed Ezio Mauro.
In un sistema di mercato la possibilità del fallimento è essenziale. Questo rischio obbliga le imprese ad adattarsi al mercato o a migliorare il prodotto, se necessario. Va da sé che una categoria che si mette al riparo dalle intemperie grazie ai soldi di mamma lo Stato non ha bisogno di fare altrettanto. Da qui potrebbe partire l’ennesima litania sui limiti della carta stampata o sul fatto che della cultura ci sia stato, in pressoché tutte le epoche storiche, un totale disinteresse. Ma è tempo perso. Come al solito chi ha il sederino parato da mamma lo Stato si guarda bene dall’adattarsi alla situazione. E l’Evoluzione al riguardo è chiara (e semplice): per chi non si adatta c’è solo l’estinzione.
Che lorsignori, tuttavia, non ci vengano a dire che non si può fare cultura senza avere riscontri economici positivi. Basti pensare ai Simpson e al loro relativo successo planetario. Homer Simpson è ben più di un simpatico buffone, è anche una profonda causa di riflessione sul mondo contemporaneo. Quando impareranno, lorsignori?
Artisti e giornalisti dovrebbero lamentarsi di meno e lavorare di più affinché qualcuno li veda e ne legga gli articoli.
Z.M.
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