venerdì, 15 agosto 2008

Leggete al sito http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Ma-i-figli-danno-la-felicita/2037197&ref=hpstr1. Scommettiamo che al posto del dialogo partiranno le minacce e gli insulti dei fanatici dei mocciosi? Nel nostro piccolo era già successo con un  "L'angolo del misantropo" postato un po' di tempo fa.

postato da: Pippem alle ore agosto 15, 2008 13:28 | Permalink | commenti
categoria:figli, felicità
giovedì, 14 agosto 2008
 

Il cosiddetto Progetto Intelligente è davvero strano. Così come ne sono davvero strani i sostenitori. Costoro fanno di tutto per accreditarlo come teoria scientifica. In realtà non è possibile. Una teoria scientifica è tale se può essere falsificata. Non è scientifico chi rifiuta a priori eventuali confutazioni. Non è scientifico basarsi su asserzioni indimostrabili e non falsificabili.

Questo è il caso del Progetto Intelligente. L'idea alla base è che l'Evoluzione sia guidata da una “cosa” (un dio? Alieni? L'uomo dal futuro? Boh?). Il quale è per l'appunto non è né dimostrabile né falsificabile.

Poco male, insomma. Non è di certo obbligatorio pensare in maniera scientifica. Si può benissimo definire il tutto come un'interpretazione filosofica, religiosa, ideologica. Ma ciò non avviene. Ed è su questo che i sostenitori di quest'idea dovrebbero riflettere. Anche se non l'ammettono, di fatto riconoscono la superiorità del pensiero scientifico. Per questo fanno di tutto per ammantare di scientificità ciò che non è. Il fatto stesso di avere l'aggettivo scientifico è spesso usato come sinonimo di verità, soprattutto da cialtroni che millantano mirabili scoperte.

Al di là di ciò, gli uomini di scienza dovrebbero essere compiaciuti più che infastiditi da questa situazione. I religiosi spesso contestano le scoperte scientifiche, salvo poi riconoscerne l'implicita superiorità. Divertente, no?

P.S. Ovviamente, ciò che non è scientifico non può essere insegnato durante le ore dedicate alla scienza. Nulla impedisce, tuttavia, di esporre la dottrina in un contesto più adeguato, vedi la filosofia o la religione.

Z.M.

postato da: Pippem alle ore agosto 14, 2008 15:49 | Permalink | commenti
categoria:scienza, progetto intelligente
martedì, 05 agosto 2008

Dal sito http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4857&ID_sezione=&sezione=,

La politica del riciclo di Michele Ainis

Magari ci avrò capito poco. O magari la colpa è dei giornali, compreso quello su cui scrivo ora. Ma sta di fatto che quest’estate le notizie sparate in prima pagina mi sembrano per lo più altrettante bufale, storielle buone per i grulli. O meglio, non tanto le notizie: gli annunci di notizie, le trovate reboanti che la politica strombazza ai quattro venti.
Metti le misure contro il bullismo a scuola. Era ora, verrebbe da esclamare. E dunque bentornato al 7 in condotta, che il ministro Gelmini rispolvera dagli archivi del proprio dicastero. Bisogna misurare la disciplina, non solo le interrogazioni in classe. Ma perché, fin qui non succedeva? Nella scuola italiana era forse lecito prendere a pernacchie i professori? No di certo: la condotta già concorre alla valutazione complessiva degli alunni. Tanto che l’anno scorso fece rumore una decisione del Tar che restituì la promozione a un ragazzino dell’istituto Franceschi-Quasimodo di Milano, bocciato perché disturbava le lezioni. Dice: ma il nuovo provvedimento del ministro traduce la condotta in voto, al pari del voto d’italiano. Falso anche questo, almeno per le medie. C’era un «giudizio» sulla condotta, continuerà ad esserci un giudizio.
Però alla riforma Gelmini va attribuito quantomeno il merito d’imporre lo studio dell’educazione civica. Questa sì, è una grande innovazione. Sarà per il mestiere con cui mi guadagno lo stipendio, ma ho sempre un lutto al braccio quando vedo quanta ignoranza circola sulla Costituzione. Solo che nei programmi scolastici l’educazione civica c’è già, e c’è dal 1958. Non a caso digitando «manuale di educazione civica» su Google s’aprono 113 mila siti. Non a caso fra tali manuali s’incontrano quelli scritti da colleghi insigni come Sabino Cassese e Gustavo Zagrebelsky. Poi magari ben pochi professori ne chiedono conto agli studenti, ma questo è un altro paio di maniche.
Tuttavia la Gelmini è in buona compagnia. Qualche settimana fa il ministro Maroni propose di concedere la cittadinanza italiana ai bimbi rom abbandonati dai genitori. C’era stata una polemica furiosa sulla schedatura dei minori nei campi nomadi, e tutti lì a dire quant’è bravo Maroni, lo vedete che non è affatto un orco. Nessuno che gli abbia ricordato come il diritto in questione sia già vigente nel nostro ordinamento dal 1912, con una legge firmata da Vittorio Emanuele III. Dopo di che la legge attuale, che a sua volta risale al 1992, conferma integralmente quel diritto: è cittadino per nascita il figlio di genitori ignoti, e se papà e mamma ti lasciano per strada evidentemente sono ignoti. D’altronde che mai dovremmo fare di questi bambini, attribuirgli la cittadinanza del Burundi?
Infine c’è Brunetta, il ministro che caccia i fannulloni. Visita fiscale al primo giorno di malattia, ha tuonato come Giove. Peccato che essa fosse già prevista dal contratto dei ministeriali, anno 1995. Per essere precisi, quel contratto stabilisce che la visita possa essere disposta al primo giorno d’assenza, ma in seguito varie circolari hanno trasformato il «può» in «deve». Ah, la forza della circolare! Anche Brunetta ne ha appena emanata una (la n. 7), dopo aver dettato l’obbligo di produrre solo certificati rilasciati da una struttura sanitaria pubblica; anche perché altrimenti sui pronto soccorso si sarebbe riversata una folla scalpitante. Sicché la circolare di Brunetta dice che va bene anche il certificato del medico di base. Tutto più o meno come prima, ma intanto l’annuncio ha fatto il giro del pianeta.
Insomma delle due l’una. O i ministri non conoscono le leggi che cercano invano d’emendare, col risultato d’aggiungere diritto alle botti di diritto da cui ci abbeveriamo tutto il santo giorno. O le conoscono, e ne conoscono altresì la scarsa applicazione. Perché in Italia, dopotutto, la vera rivoluzione sarebbe il rispetto delle leggi. Tuttavia per questo servono le competenze giuste, non basta improvvisare. Io però un consiglio ce l’avrei. Abbiamo un ministro per l’Attuazione del programma; affianchiamogli un ministro per la Conoscenza delle leggi, nonché un terzo ministro per la loro Applicazione. Ma per quest’ultimo incarico dovremmo riesumare Che Guevara.

 

postato da: Pippem alle ore agosto 05, 2008 00:21 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, 26 luglio 2008

Dal sito http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=858&ID_sezione=243&sezione=News

Ex astronauta della Nasa, gli alieni
esistono e somigliano a E.T.

ROMA (Fece parte dell'equpaggio dell'Apollo 14)
Gli extraterrestri non solo esistono, ma somigliano anche a E.T: l’affermazione riportata dal tabloid The Sun proviene tuttavia da una fonte presumibilmente affidabile, quella dell’ex astronauta della Nasa Edgar Mitchell, sesto uomo a mettere piede sulla Luna.
Gli alieni sono «amichevoli, piccoli e dai grandi occhi», ha spiegato il 77enne Mitchell, sottolineando con logica inappuntabile come «se fossero ostili, no saremmo più qui»: «Avrete visto qualche disegno di queste piccole creature che ci paiono strane: da quel che so dalle mie fonti che sono state in contatto, sono abbastanza fedeli».
Il fenomeno degli Ufo è reale, continua Mitchell, anche se «è stato tenuto segreto da tutti i nostri governi per gli ultimi sessant’anni, ma poco a poco le notizie sono filtrate e alcuni di noi hanno avuto il privilegio di essere informati»: l’ex astronauta ha spiegato infatti di essere venuto a conoscenza della questione nel corso della sua carriera alla Nasa.
La Nasa da parte sua si è limitata a osservare di «non condividere le opinioni» in materia del suo ex dipendente, definito tuttavia «un grande americano»: il quale d’altronde condusse degli esperimenti - del tutto personali - di telecinesi e comunicazioni psichiche durante il volo dell’Apollo 14, senza - pare - ottenere risultati.
La missione dell’Apollo 14 - la terza a raggiungere il satellite - è l’unica dell’intero programma ad aver annoverato nell’equipaggio un membro dei sette primi astronauti scelti per il «Mercury»: Alan Shepard (che la Marina provvide a promuovere ad ammiraglio) è anche il più anziano dei dodici ad aver messo piede sulla Luna.

postato da: Pippem alle ore luglio 26, 2008 18:28 | Permalink | commenti
categoria:alieni
sabato, 26 luglio 2008

Dal sito http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Buonanotte, Ostellino
di Marco Travaglio, l'Espresso 25 luglio 2008

Bisogna assolutamente fare qualcosa per Piero Ostellino. Qualche settimana fa, sotto choc per la perdita del suo cane Nicevò (della cui improvvisa scomparsa ragguagliò la Nazione nella sua rubrica sul Corriere della sera), se la prende col Csm che pretende di dare un parere “non richiesto”, dunque “illegittimo”, sulla legge blocca-processi instaurando il “governo delle toghe al posto di quello delle leggi”. Ignora, il pover’uomo, che i pareri del Csm, richiesti o meno, sono previsti proprio da una legge, la n.195 del 24-3-1958: “Il Csm dà pareri al ministro su disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e ogni altro oggetto attinente alle predette materie”.
Anziché leccarsi le ferite per la rovinosa gaffe e dedicarsi a temi a lui più congeniali, la settimana dopo Ostellino invita i magistrati napoletani a occuparsi di “Napoli sommersa dalla monnezza”, “rinviarne a giudizio i responsabili” e “combattere la camorra, invece di passare il tempo a intercettare raccomandazioni di qualche velina”. Per lui le telefonate Saccà-Berlusconi, in cui il premier promette soldi in cambio di favori e acquista senatori, non contengono che “indiscrezioni sulle imprese erotiche” del Cavaliere. E poi, suvvia, “ogni ragazza sa bene di essere ‘seduta sulla propria fortuna’ e di poterne disporre come crede”. Se leggesse almeno il giornale su cui scrive, costui saprebbe che i giudici napoletani hanno già rinviato a giudizio i presunti responsabili dello scandalo monnezza, da Bassolino ai vertici della Fibe-Impregilo. Quanto alla camorra, qualche giorno prima la Corte d’appello di Napoli ha decapitato il clan dei Casalesi.
C’è da attendersi, a quel punto, che l’insigne pensatore liberale venga dirottato su argomenti meno ostici. Macchè. Il 16 luglio si conquista la prima pagina del Corriere per commentare l’arresto di Ottaviano Del Turco: non una parola sulle centinaia di pagine dell’ordinanza del gip, ma ampi riferimenti storici all’annosa ostilità fra socialisti e comunisti, da Marx, Stalin, Lenin, Kautsky, Trotzky, Gramsci, Togliatti, giù giù fino a Berlinguer, Fassino e Di Pietro. Alla fine l’eventuale lettore, stremato e curioso di sapere che diavolo c’entri la Terza Internazionale con i giudici di Pescara che arrestano alcuni politici per mazzette sulla sanità, resta deluso. Nessuna risposta. Solo una struggente lamentazione per “la tiepida reazione del Pd all’offensiva giudiziaria contro Del Turco”, retaggio dell’antica “continuità antisocialista” e “discontinuità riformista” dei comunisti “da Tangentopoli a oggi”. Impermeabile ai fatti per non disturbare le sue opinioni, Ostellino ignora che Tangentopoli falcidiò pure il Pci-Pds milanese e che, con Del Turco, sono indagati pure tre assessori ex-Ds (D’Amico, Verticelli e Caramanico). Insomma, non lo sfiora neppure l’idea che la prudenza del Pd dipenda da qualcosa di più antico del Congresso di Livorno: il settimo comandamento.

postato da: Pippem alle ore luglio 26, 2008 17:45 | Permalink | commenti
categoria:giustizia
sabato, 26 luglio 2008

Dal sito http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=40&ID_articolo=114&ID_sezione=55&sezione=

L'opposizione anomala

di Barbara Spinelli

Spesso chi ci guarda da fuori dice qualcosa su noi e la nostra storia che è difficile dire a se stessi e perfino pensare. Di questo nostro terzo occhio possiamo risentirci o esser grati: comunque avremo l’impressione d’ascoltare una non improbabile verità. Nel mezzo d’un attonito imbarazzo un ange passe: un angelo passa, dicono i francesi. Accade nella vita degli individui come delle nazioni, e l’Italia non è l’unica a sperimentarlo. La Francia ha iniziato a scrutare dentro il proprio passato fascista grazie allo storico americano Robert Paxton, nel '66: l’angelo passò e i francesi impararono a vedere nel vasto buio della collaborazione. Chi guarda da fuori non è necessariamente uno straniero: può anche essere un connazionale che riesce a guardare da una certa distanza, che è meno fasciato da bende linguistiche patrie. Così è stato per l'Italia nell'ormai lunga epoca dominata da Berlusconi. La parola che più spesso la definisce è, da anni, «anomalia democratica»: il terzo occhio questo vede, anche quando comprende l’inquietudine della maggioranza che l’ha votata.

Sull’anomalia di Berlusconi molto è stato scritto, negarla è difficile. È anomalo il conflitto d’interessi. È anomalo che un governante controlli tutte le tv private e, se è al potere, anche le pubbliche. È anomala la naturalezza con cui, quando è Premier, cura i propri interessi e fabbrica leggi che gli evitino processi. È anomalo il fatto che continuamente si indaghi su di lui per corruzione, anche di giudici. Visti da fuori, i magistrati non sembrano eversori. Tutto questo non sorprende più molto: l’anomalia è nota ai più. Molto meno si è scritto invece sull’anomalia dell’opposizione: anomalia che crea ripetuto sgomento, in chi ci osserva con quel terzo occhio. Un’opposizione così impaurita di sé, così ansiosa d’apparire dialogante e conciliante, si vede di rado nelle democrazie. L’articolo dell’Economist del 12 giugno è rivelatore perché del tutto privo dei nostri infingimenti, come in passato lo è stato su Berlusconi. Questa volta lo sbigottimento si sposta su Veltroni: anche se il leader dell’opposizione ha scelto uno «stile Westminster» (governo ombra, fair play formale) «non c’è assolutamente nulla di britannico» nella sostanza del suo agire. Un’opposizione all’inglese, scrive l’Economist, non avrebbe esitato a indagare su Schifani - dopo le rivelazioni di Abbate e Travaglio - scoraggiando la sua nomina a presidente del Senato. Non avrebbe esitato a denunciare le bugie sulla cordata italiana pronta a comprare Alitalia in condizioni migliori di Air France. Avrebbe alzato una barriera contro il reato d'immigrazione clandestina, il divieto d’intercettazione per crimini tutt’altro che minori, le leggi che sospendono un enorme numero di processi (compresi i processi a Berlusconi; il processo per le violenze contro i manifestanti al vertice G8 del 2001; il processo sulle morti causate dall'amianto). La militarizzazione delle città crea straordinari consensi di italiani, infine, senza perciò divenire ordinaria.

Questa fatica-riluttanza a opporsi non solo è poco britannica. È poco francese, tedesca, americana. Perché nessuno, in questi Paesi, teme di apparire quel che è: inequivocabilmente oppositore, portato a dire no e a mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente. Non mancano naturalmente le eccezioni: nell’emergenza alcune scelte sono condivise. Ma sono eccezioni, appunto: i politici sanno che le emergenze fiaccano la democrazia proprio perché aboliscono il conflitto, deturpano i modi di dire, demonizzano l’opposizione, parlamentare o giornalistica. Vogliono presto tornare a dividersi e appena possono lo fanno.

Così si comportano, senz’alcuna remora, i socialisti francesi, i democratici Usa, i conservatori inglesi: quando attaccano o contrattaccano, non si sentono in dovere di spiegare i motivi profondamente torbidi per cui hanno interrotto il dialogo. Non danno a questo opporsi il nome indecoroso di antiriformismo o massimalismo. Non sono accusati dalla stampa di «pura agitazione», di «precipitare nel rivoluzionarismo verbale». Nessuno si sognerebbe di accusare i democratici Usa di antibushismo, o la sinistra francese di antisarkosismo. Sono eccettuati i Paesi con larghe intese: in Germania i socialdemocratici non attaccano la Merkel perché la necessità li ha spinti nella Grosse Koalition. Nessuno dei due la voleva, ma hanno dovuto farla e non vedono l’ora di smettere, e riprendere la classica dialettica fra chi governa assumendosene le responsabilità e chi si oppone preparando il ricambio. In Italia non c’è Grande Coalizione ma una strana invasiva idea del decoro impone il linguaggio da Grande Coalizione.

In Italia si fatica a dare un nome al governo Berlusconi: un regime paradossale che promette sicurezza e lede la rule of law. Che fa ardite leggi finanziarie e sottovaluta la cultura della legalità. Ma ancor più impervio è dare un nome all’opposizione. Il Pd si oppone ma non vuol essere antiberlusconiano, si oppone ma non vuol farlo con la determinazione - peraltro rara - dell’Ulivo. Si oppone nell’impaccio, quasi avesse alle spalle severissime offensive: contro il conflitto d’interessi, contro le leggi ad personam. Nulla di questo è stato fatto eppure s’espande la paura di apparire antiberlusconiani, non nella realtà dei fatti ma nell’immaginario della pubblica chiacchiera.

Il clima nelle ultime ore sembra mutato, ma siccome alcune tendenze restano converrà indagare sulle radici di questo immaginario fatto di timori e fantasmi. Una delle radici è forse nella storia del Pci, evidentemente ancora inconclusa o mal conclusa. Non più comunisti, ormai liberali, gli eredi di Togliatti sono alla ricerca di un’identità introvabile ma una cosa sanno e desiderano: tutto vogliono essere, fuorché sembrare quello che sono stati in passato, cioè oppositori intransigenti. È l’intensità dell’opporsi che giudicano deleteria, molto più dell’ideologia che per decenni la sorresse. Abbandonata l’ideologia anche l’opporsi in sé viene abbandonato, come qualcosa di cui ci si vergogna, che sveglia un fantasma sgradito: il proprio. Scrive Paolo Flores d’Arcais sull’Unità che Veltroni non sa dire sì sì, no no. In realtà non oscilla: ha un rapporto malsano con il no, associandolo al no massimalista detto per mezzo secolo dai comunisti dell’Est e dell’Ovest.

Per la verità prima ancora di cambiar nome i riformatori postcomunisti avevano cambiato linea. Ma la cambiarono nell’economia, più che su Stato di diritto e rule of law. Ricordo i tempi in cui chi si congedava dai totalitarismi, in Est Europa, era affascinato da Pinochet. Pinochet aveva abolito la rule of law, ma aveva scommesso sul capitalismo con notevole successo, e questo piaceva al postcomunismo. Quel che non gli piaceva era ben altro, e gli incuteva panico. Panico di somigliare alle sinistre radicali, figure redivive del proprio passato. Panico, oggi, di fronte a chi fa dura opposizione concentrandosi innanzitutto sulla rule of law (Di Pietro, Bonino). Il discredito che colpisce i girotondi (ma che hanno fatto di sovversivo?) è segno di questa pavidità e del conformismo che secerne. Il confluire di tradizioni democristiane nel Pd non aiuta. Avvinti gli uni agli altri, i finti affratellati pencolano nel vuoto.

I massimi dirigenti del Pd hanno grandi tremori e forse non sarebbe male che cominciassero a parlarne. Altrimenti chi guarda da fuori continuerà a sbigottirsi: più sorpreso da questi tremori, in fondo, che da Berlusconi. Tra l’Italia e le altre democrazie si sta aprendo un baratro più vasto di quello che immaginiamo: non solo tra governanti diversi ma tra oppositori, giornalisti, sindacati diversi. Quasi non ce ne accorgiamo. Non ne usciremo dicendo che siamo così complicati e che nessuno, fuori casa, è in grado di capirci.

postato da: Pippem alle ore luglio 26, 2008 17:37 | Permalink | commenti
categoria:sinistra
sabato, 26 luglio 2008

Dal sito http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=40

Legittimità e legalità

di Barbara Spinelli

Se, come ha scritto Carlo Federico Grosso su questo giornale, «il barometro della legalità in Italia segna tempesta», vuol dire che qualcosa di grave sta succedendo, nel governo e nella coscienza dei cittadini: qualcosa che guasta il rapporto che ambedue hanno con il diritto e la giustizia, che li rende indifferenti alle continue capricciose riscritture di leggi e competenze. Qualcosa che inquina non solo il nostro rapporto con la democrazia ma anche la domanda, diffusa, di stabilità e sicurezza delle istituzioni. Piano piano ci stiamo abituando all'idea, ingannevole, che un governo durevole con vasta maggioranza sia sinonimo di stabilità. Che un esecutivo capace di decidere (o decisionista) sia possibile solo indebolendo istituzioni e fonti di diritto altrettanto centrali per lo Stato (Csm, magistratura).
Ma soprattutto, ci stiamo abituando a un'idea scivolosa: che sopra la legalità e separata da essa possa sussistere una categoria superiore: la legittimità. La legittimità non trarrebbe la sua forza da leggi preesistenti, che prescindono da sconquassi contingenti. Essa poggerebbe su una sorta di consacrazione extralegale, che consente di accentrare in una persona o in un unico corpo i poteri di far legge. Grosso evoca le tappe di Berlusconi su questa strada. La prima consiste nel dire che «quando incombono grandi emergenze, rispettare la legge diventa opinabile» (discorso sui rifiuti a Napoli). La seconda, più grave, consiste nel dire che «quando un Governo ha ricevuto un mandato forte dagli elettori e governa direttamente in nome del popolo, ha diritto di gestire il potere senza intralci o impedimenti», lasciando «poco spazio ai controlli in corso d'opera».
L'idea che sussista una legittimità preminente sulla legalità non è tuttavia una novità e neppure è tirannide classica. È una malattia della democrazia, una sua estremizzazione: è quel che le accade quando il peso del potere (esecutivo o legislativo) non è corretto da contrappesi egualmente autonomi, forti (da un sistema di check and balance). È un'escrescenza democratica basata su convinzioni sbadate: che il liberalismo sia un prodotto della democrazia e non una sua premessa (un prius, dice Sartori). Che la rule of law nasca con la democrazia anziché precederla. L'unzione del capo può discendere da Dio, da antiche dinastie. Può anche esser democratica e in tal caso chi unge è il popolo liberato dal tiranno, è la «volontà generale» teorizzata nella Rivoluzione francese (non è molto diverso nell'Antico Testamento: la legittimità d'Israele unge tutto un popolo nell'esodo-liberazione).
Lo Stato democratico unto dalla volontà popolare rischia l'assolutismo non meno dei re antichi: Carl Schmitt descrivendo Weimar lo chiamava Stato legislativo parlamentare e lo riteneva rovinoso perché contrapposto allo Stato giurisdizionale e al suo «durevole, generale» imperio della legge. In una democrazia siffatta il popolo è un'entità non eterogenea ma omogenea, monolitica, e in quanto tale conferisce al principe il diritto esclusivo di legiferare. La maggioranza parlamentare pretende di coincidere con tale popolo indifferenziato ed è in suo nome che il legislatore reclama il monopolio sulla legalità.
Minoranze, opposizioni, autorità di garanzia e regolamentazione sono d'intralcio coi loro «controlli in corso d'opera», e la democrazia sfocia nell'autoritarismo. Quel che per strada si perde è la liberale separazione dei poteri: la persuasione di Montesquieu secondo cui «perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere freni il potere». Se Luigi XIV diceva «lo Stato sono io», Berlusconi democraticamente dice: io, unto dal démos, sono la Legge. Berlusconi è figlio della Rivoluzione francese, non del liberalismo e di Montesquieu. I motivi che spingono a estremizzare la democrazia possono essere molti. Schmitt ricorda che chi monopolizza la legalità e mette in concorrenza il legittimo col legale invoca generalmente «concetti indeterminati» come sicurezza e ordine pubblico, pericoli nazionali e stati di necessità, emergenze, interessi vitali e infine guerre.
Anche lo «spirito di conciliazione» tra governo e opposizione viene invocato in tempi di torbidi, usando la chimera del popolo uniforme e buono per corrompere la democrazia esasperandola. La corrompe a tal punto che lo scopo spesso viene mancato. Infrangere rule of law e separazione dei poteri non dà più sicurezza, ma riduce il senso del dovere degli italiani. Non dà più pace civile, perché acuisce le tensioni e perché l'immunità per le alte cariche non rende queste ultime più autorevoli. All'origine di simili distorsioni c'è il convincimento che il mandato popolare sia tutto, e chi l'incarna sia legibus solutus: sciolto da leggi, immune da sanzioni. Che sia esso stesso la legge, la legge del più forte.
Che il mandato conferisca non solo speciali diritti ma un premio supplementare di legittimità al legislatore e all'esecutivo. «In una democrazia legge è la volontà del popolo così come questo si presenta, cioè praticamente la volontà della momentanea maggioranza dei cittadini che hanno diritto di voto: lex est, quod populus iubet» (è legge quel che ordina il popolo - Schmitt, Legalità e legittimità, 1932): «Il 51 per cento dei voti popolari dà la maggioranza in Parlamento; il 51 per cento dei voti parlamentari dà il diritto e la legalità; il 51 per cento di fiducia del parlamento al governo dà il governo parlamentare legale».
Tale è la democrazia senza imperio della legge: un male ricorrente da secoli, cui le sinistre non sono affatto estranee. La linea di separazione non è infatti fra destra e sinistra, né fra democratici e antidemocratici, ma fra democrazia liberale e estremismo democratico: per la prima la questione centrale è come si esercitano i poteri per evitarne gli abusi, mentre per l'estremismo democratico la cosa cruciale è chi li esercita. Quando non è contaminata dallo Stato giurisdizionale, la democrazia scivola nella tirannide e riconoscerlo è difficile non solo a destra. Figlia del democraticismo giacobino, la sinistra non sempre è attrezzata per il dilemma legalità-legittimità, e per far proprio quel che scrisse Bobbio nell'84: «Lo Stato liberale è il presupposto non solo storico ma giuridico dello Stato democratico».
La preminenza data alla legittimità delle maggioranze è una tentazione costante, così come costante è l'appello alle emergenze nazionali. L'ininterrotta guerra al terrorismo ha spinto Bush a sprezzare le convenzioni di Ginevra su tortura e prigionieri di guerra. Ma lo stesso avvenne per motivi nobili con De Gaulle, che due volte mise in primo piano la legittimità. Prima nel 1940, quando da Londra denunciò - in nome della Resistenza - la legalità di Pétain. Poi nel 1958, quando impose una nuova Costituzione per sormontare l'immobilizzante partitocrazia della Quarta Repubblica. Il passato antifascista lo aiutò a tacitare chi lo accusò, nel '58, di golpismo.
L'esempio di De Gaulle è importante perché dimostra la natura anfibia (nobile o pericolosa) del concetto di legittimità. Ci si riferisce a essa anche per il diritto alla resistenza. Anche Antigone contrappone la propria legittimità al legalismo del re Creonte. Non è per pignoleria che occorre approfondire il dilemma legalità-legittimità. Proprio perché l'Italia ha bisogno di una discontinuità che finalmente dia allo Stato l'autorevolezza che non ha, urgono concetti non manomessi, chiari. Proprio perché i torbidi esistono, urge al tempo stesso aver memoria e accortezza nell'azione.
La memoria conferma che le più grandi catastrofi storiche son spesso costruite su cose mal pensate. L'accortezza insegna che le rotture possono esser benefiche (fu il caso di De Gaulle) ma a una condizione: che rompendo non si curi il male con dosi ancor più massicce del male di ieri.

postato da: Pippem alle ore luglio 26, 2008 17:30 | Permalink | commenti
categoria:democrazia, legge
lunedì, 21 luglio 2008

Dal sito: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4797&ID_sezione=&sezione=. Vi siete mai chiesti quale sia il livello culturale di chi è chiamato a governare?

Ah, la cattedra

di Mattia Feltri

Cuore di babbo sa tutto: se il suo ragazzo crolla, la colpa è della storia. Non tanto della materia - magari anche - ma specialmente della povera storia nostra, dell’Unità d’Italia imposta e vessatrice. La Padania versa uova d’oro a Roma ladrona, e ne riceve insegnanti meridionali.

Insegnanti che tutto conoscono di Luigi Pirandello e nulla di Carlo Cattaneo; chi si ribella, muore. I nostri giovani, per esempio, dice Umberto Bossi. Uno osò, giustappunto, presentare all’esame di maturità una tesina sul gran federalista, e ne guadagnò una bocciatura. Quell’uno è Renzo, figlio di Bossi, al secondo fallimento consecutivo. Per quest’anno ha redatto uno studio titolato su «La valorizzazione romantica dell’appartenenza e delle identità». Non era un somaro, sostiene Bossi, ma una vittima del centralismo.

Renzo non si affligga. Ha un ottimo avvocato, e non sempre la scuola sa misurare la gente d’ingegno. L’esempio più illustre, il giovanotto l’ha in casa. La carriera da studente del padre è qualcosa di spettacolare. Frequentò le medie e si iscrisse allo “Stanislao Cannizzaro” di Rho, istituto tecnico per periti chimici. Sono gli anni in cui - come scrisse Gianantonio Stella in «Tribù» - Bossi si allontanò dall’etica severa dei genitori e dalla weltanschauung del mondo agricolo. Anni da scapestrato e donnaiolo. Tanto è vero che non si diplomò. Ma siccome i ciuchi finiscono in catene, Bossi non abbandonò l’idea di scalare le vette del sapere: «La prima tappa della mia marcia d’avvicinamento alla cultura fu la scuola Radio Elettra di Torino».

La tappa determinante fu la successiva: venticinquenne, si iscrisse a una scuola privata, e quasi trentenne intascò il diploma scientifico. Non soddisfatto, Bossi provò a diventar dottore, e si cimentò nei corsi di Medicina. Nell’aprile del 1975, l’attempato studente potè infine calzare l’alloro: «Decidemmo di sposarci in agosto. In aprile Umberto diede a tutti la grande notizia: mi sono laureato, presto avrò un impiego come medico. Non facemmo nessuna festa, ma corsi a comprargli un regalo, la classica valigetta in pelle marrone», ricordò intervistata da «Oggi» la prima moglie, Gigliola Guidali. La qual Gigliola, tempo dopo, fiutò la balla. E Umberto, che tutte le mattine usciva di casa destinato allo stetoscopio, confessò: «E’ vero, ma è questione di sei mesi. Poi sarò dottore».

I mesi diventarono anni, e sette per la precisione. Trascorsi i quali, perduta la moglie causa divorzio, Bossi condusse la madre a Pavia per la trionfale discussione della tesi; la genitrice, però, attese in auto e le parve sufficiente. Insomma, il babbo di Renzo fece prima a guadagnarsi il titolo di senatore, nel 1987, quando risultava ancora iscritto all’Università. Ma siccome non sono i pezzi di carta a fare la caratura, non è in ragione della tormentata avventura scolastica se a Bossi capita di sostenere, per esempio, che Giulio Cesare fu il primo padano. Le responsabilità risiedono nello slancio politico del gran capo nordista, che qualche volta evolve in orgasmo oratorio. Gli capitò, infatti, di addebitare a Giuseppe Garibaldi la tragica annessione del Lombardo-veneto al Regno d’Italia. Ernesto Galli della Loggia (ma sarebbe bastato un maestrino qualsiasi, e di qualsiasi provenienza) gli fece notare che la faccenda era dipesa dalla Prussia, alleata dei Savoia e vincitrice sull’Austria.

Fa niente. Un inciampo capita a chiunque. Il punto è che la famiglia Bossi certe questioni le ha nel sangue. E infatti la seconda sposa di Umberto, la calabrese Manuele Marrone, ha fondato a Calcinate del Pesce, in provincia di Varese, la scuola lombarda «Bosina», che significa «varesina». E’ una elementare e media con tutti i crismi, e i programmi seguiti sono quelli ministeriali. Ma con un deciso scrupolo nell’insegnamento del dialetto e delle tradizioni locali. La matematica si chiama etnomatematica, e la pedagogia si chiama etnopedagogia. Gli scolari vanno nei boschi a conoscere le specie di alberi del varesotto. E quando sono sui banchi, studiano la Seconda guerra d’indipendenza, la Prussia e Garibaldi.

postato da: Pippem alle ore luglio 21, 2008 22:55 | Permalink | commenti
categoria:scuola, bossi
venerdì, 18 luglio 2008

E contro ogni ipocrisia assassina


Riccardo Riccò, 24 anni, ciclista.
Riccardo Riccò, 24 anni, campione.
Riccardo Riccò, 24 anni, eroe.
Riccardo Riccò, 24 anni, positivo.
Riccardo Riccò, 24 anni, drogato.
Riccardo Riccò, 24 anni, il nuovo mostro dello sport.
No, non finisce un sogno, non è l'ennesimo giorno di delusione, non è la solita tranvata che ci cade inattesa nei sensi.
E non è neanche un giorno da resa dei conti, un giorno da cui ripartire in qualche modo e verso un mondo migliore e mondato dalla feccia che lo infesta.
È un giorno come un altro, alla fine del quale, diradatosi il clamore mediatico e sciacallo dei cani da scoop, tutto riprenderà ad andare nel solito modo, fino al prossimo caso da prima pagina. Da qui al prossimo caso, la sinusoide di migliaia di appassionati sarà: sono disgustato, basta ciclismo, mi dedico alle bocce, però però il Giro, però però la Sanremo, quasi quasi mi guardo il Mondiale, ma guarda questo ragazzino, pare fortissimo, è fortissimo, vince, vincerà, dominerà il Tour, lo adoro, mi fa impazzire, mi ha fatto tornare ad amare il ciclismo, l'hanno beccato positivo, oddio che stronzo, che traditore, mi fidavo tanto di lui, non seguirò più il ciclismo, sono disgustato, basta ciclismo, mi dedico alle bocce.
Quanto ci metterà a compiersi il nuovo ciclo? 10 anni (il tempo DP, Dopo Pantani), o solo 3 (il tempo DB, Dopo Basso)?
Poi ci sono quelli affranti, quelli che non ne possono più dopo l'ennesimo colpo basso, quelli che sbandano e non sanno dove andare, riempiti fin sopra i capelli da tutta l'amarezza del mondo.
E poi ci sono quelli dispiaciuti umanamente per Riccardo, perché scendere in corsa dal carro dell'ex vincitore è il gioco più facile della storia (d'Italia), ma salire al volo su quello del perdente è un segno di grande civiltà.

Bene, Riccò trovato positivo. La storia si ripete, e quel che più sconvolge è vedere come tutto il classico balletto riprende come se già non avessimo vissuto queste situazioni decine di volte. Pari pari. Il ragazzo osannato di poche ore prima diventa di colpo il reietto, la gara è a chi lo infanga nella maniera più violenta, e quelli che già lo odiavano, zittiti finora dai suoi risultati, possono finalmente dare libero sfogo alla meschinità (sentimento base della natura umana).

Usiamo la testa, per una volta. Capisco che parlando di Riccò, personaggio che smuove e scuote l'anima, è difficile essere razionali. Ma è obbligatorio, perché la razionalità è la prima arma contro le cazzate.
Dicono che ora si spiega com'è che Riccò andasse così forte. Certo, Riccò, i suoi risultati, la sua forza, sono tutti frutto del doping.
Chiudo gli occhi e ho un dejavù, l'ennesimo di questa giornata. Riccardo portato via dai gendarmi, Riccardo nell'occhio del ciclone, Riccardo esposto alla pubblica vergogna, anzi proprio messo alla gogna.
Chiudo gli occhi e rivedo Marco Pantani.
Chiudo gli occhi e rivedo me stesso, le mie reazioni il 5 giugno del 1999 e nei mesi successivi, il mio allontanarmi dal ciclismo che mi aveva tradito nel suo idolo più colossale.
Chiudo gli occhi e so che non rifarò quello stesso errore, perché sarebbe proprio la risposta più sbagliata.
Non lascerò che Riccardo venga sommerso dall'ipocrisia assassina, quella che ha ucciso Marco, non lascerò solo Riccardo. Non farò come quelli che lo hanno incensato perché portava al movimento ascolti, spettacolo, interesse, soldi, e ora lo scaricano come un sacco d'immondizia. Non sarò debole come fui allora, non mi lascerò schiacciare dalla sfiducia, dalla delusione, dalla disillusione.

Non sono affranto oggi, non sono disperato, non sto sbandando, non sono alla canna del gas come fui due anni fa, non piango. Sono tranquillo. Che cosa è successo di diverso da quanto già sapevo? Niente. Sapevo che l'Epo è pane quotidiano, quindi mi aspettavo - tra le varie eventualità che si mettono in conto - che avvenisse quello che è successo. E mi aspettavo che potesse capitare anche al corridore che amo di più. È successo, pazienza. Sì, dispiace non vedere Riccardo sulle Alpi, dispiace pensare che starà 2 anni fuori, dispiace sapere che è stato arrestato per colpa di quell'assurdo che è il doping reato penale.
Mi dispiace, ma non riesco a essere disperato. Nervi saldi. Riccardo ha bisogno di me, ora, di me e di tutti quelli che non seguono la facile onda della facile indignazione, di tutti quelli che non hanno mai creduto alle favole, o peggio, di quelli che hanno finto di credere alle favole.

Già me li immagino i Bulbarelli, già me li immagino continuare a fare quello che fanno da 10 anni, ovvero dire che il ciclismo pulito non solo è possibile, ma è anche una realtà talmente vicina a noi che sarebbe reificabile con pochi altri sforzi.
Da dieci anni facciamo sforzi. Pochi altri sforzi, uno dietro l'altro, uno alla settimana, sassetto sopra sassetto, per costruire il muro che terrà al di là il doping e chi si dopa. Ma il doping è volatile, e quindi vola, vola sopra il muro di sassetti e dilaga comunque, sempre, ovunque. Dire che il ciclismo è "quasi" pulito, dire che manca poco, dire che coi nuovi controlli tutto viene scoperto è professare falso ideologico. È mentire al proprio pubblico, ai propri lettori, prenderli in giro, vendere false storie, vendere fumo.
Da dieci anni facciamo sforzi e sentiamo il direttore del Tour e il direttore del Giro che questo sarà il Tour o il Giro più pulito della storia, e invece ogni anno siamo al punto di partenza. Colpa delle mele marce, dicono, ma diosanto, foss'anche per una mera questione di occorrenze, possibile che questa balla attecchisca ancora tanto tra la gente?
Beltrán, Dueñas, Riccò, si dice Moreau. Abbiamo il vecchio quasi ex-ciclista e il nuovo promettente, abbiamo il campioncino e il campione mancato; abbiamo gli spagnoli (iberica terra di perdizione!), ma anche gli italiani (terra di Torri!), ma anche i francesi (terra di leggi durissime contro il doping!), la casistica insomma è completa. Mele marce?

Ora chi non sa niente di ciclismo si sentirà snobisticamente in dovere di dire la sua, di spiegarci i mali di questo sport (e di questi giovani che lo praticano aprendo il loro cuore e le loro vene alla droga e alla tossicodipendenza), e pazienza, ci sorbiremo i tuttologi, i micheleserra che perdono ogni occasione per tacere, pazienza, ragazzi, noi siamo sopravvissuti a Campiglio e Strasburgo, possiamo benissimo sopravvivere a Lavelanet.
DOBBIAMO sopravvivere a Lavelanet. Io il ciclismo in mano a sciacalli e falsi moralisti (o veri moralisti, ma in quel caso rimbambiti da una sesquipedale ingenuità) non lo lascio più.
Non lo lascio più il ciclismo in mano a quelli del ciclismo, in mano a queste amebe senza palle, a questi smidollati che parlano di tragedia, di dramma sportivo, che non ci vogliono credere, che cascano dalle nuvole, che mettono in piedi il solito teatrino, Gianetti che ritira la squadra, EpoGianetti dico, e l'altro giorno quell'altro, Volpi, disperato per Dueñas, ma fatemi il piacere, fatemi il santo piacere.
Io Riccardo Riccò lo difenderò fino alla fine. E lo so che saremo sempre di meno, lo so che la gente scappa, e che qualcuno si sentirà offeso da queste righe, ma si va avanti con chi c'è, con chi ci crede, con chi non smarrisce il senso della vita se beccano un corridore positivo, perché tanto lo sappiamo che succede, è successo e succederà. Riccò lo difendo e lo aspetto, se vorrà tornare a correre, così come sto aspettando Basso e Vinokourov. Tutti corridori beccati, in un modo o nell'altro, tutti corridori dopati, in un modo o nell'altro: e so bene che la differenza tra un dopato e un corridore pulito (tutti quelli del gruppo, per dire) è che il dopato ha avuto la sfiga (o l'insipienza) di farsi beccare.

Paparino, quella che chiamavi "la mia bambina" ha perso la verginità da un sacco di tempo. E anzi, se proprio devo dirtela tutta, è anche abbastanza zoccola. Ma so che lo sai, anche se proprio non riesci a dirtelo. E invece è proprio così, libera il tuo sguardo dai veli piccoloborghesi con cui sei cresciuto, e guarda le cose in faccia, e chiama le cose col loro nome, per una volta nella vita, per una santa necessaria volta nella vita, non cedere all'ipocrisia.
E poi dimmi paparino, hai il coraggio di disconoscere questa tua figlia così zoccola? La disconosci? È tua figlia.


Marco Grassi


Fonte: http://www.cicloweb.it/art1088.html
postato da: CyberMostro alle ore luglio 18, 2008 16:58 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, 17 luglio 2008

Dal sito: http://www.corriere.it/editoriali/08_luglio_17/stella_sanita_b6e51f1e-53c1-11dd-a440-00144f02aabc.shtml.

DIETRO GLI SCANDALI

Il pantano della sanità


di Gian Antonio Stella

 

Per favore, lo stupore no. Almeno quello ci sia risparmiato. I nuovi scandali che squassano il mondo della sanità dall'Abruzzo alla Lombardia, al di là delle responsabilità delle persone coinvolte cui auguriamo di dimostrare una cristallina innocenza, sono frutti di un pantano da tempo sotto gli occhi di tutti.
Ma certo, esistono straordinarie professionalità, ospedali eccellenti e migliaia di medici e infermieri che lavorano benissimo. E ignorarlo sarebbe ingiusto. La ripetitività con la quale scoppiano certi bubboni, anche in realtà complessivamente virtuose, segnala tuttavia un'infezione profonda.
Dal famoso pouf riempito di banconote e gioielli dalla moglie di Duilio Poggiolini alle migliaia di analisi-fantasma pagate a Giuseppe Poggi Longostrevi, dai rimborsi a Villa Santa Teresa di Bagheria pagati 21 volte più che a Milano fino ai polmoni asportati a ignari pazienti della «Santa Rita» solo per aumentare il fatturato, un filo conduttore c'è: il caos. Il modo disordinato e spesso indecente col quale alcune Regioni hanno usato la crescente autonomia ottenuta nella gestione della Sanità. Un caos dentro il quale è successo e può succedere di tutto.

Il Libro Verde dell'Economia di qualche mese fa è ricco di esempi sconcertanti. Com'è possibile che un dipendente prenda in media 38 mila euro in Friuli-Venezia Giulia e 51 mila in Campania? Che un posto letto costi 455 euro al giorno negli ospedali lombardi e 897 (quanto una suite al Plaza di New York) al San Camillo di Roma? Che i parti cesarei siano il 23% in Alto Adige e il 59% in Campania? Che la Sicilia abbia da sola un quarto di tutti gli ambulatori e i laboratori privati accreditati? Che ci siano reparti, come chirurgia vascolare a Catanzaro, che vengono tenuti in vita anche se in un anno occupano il 4% dei posti letto? I grandi buchi nascono da lì. Dal caos anarchico e clientelare che in questi anni, nel nome di una autogestione male intesa, ha consentito a ciascuno di fare come gli pareva. Al punto che solo in queste ultime ore e solo dopo durissime polemiche i manager delle Asl campane hanno sospeso (per adesso) la decisione di auto- aumentarsi di 30 mila euro l'anno la propria busta paga. Un aumento indecoroso. Tanto più perché parallelo all'arrivo dei nuovi dati sul buco sanitario regionale. Sprofondato ormai a circa dieci miliardi di euro. Per non dire degli abissi finanziari del Lazio o della Sicilia, dove pochi giorni fa la Corte dei Conti ha demolito il bilancio consuntivo regionale sottolineando che con i suoi 8 miliardi e mezzo di euro la Sanità isolana pesa «il 30% in più di quanto si spende per la Sanità in Finlandia».

«Lei è un irresponsabile », ha detto gelido Giulio Tremonti a Roberto Formigoni che contestava i tagli imposti da Roma. L'impressione, però, è che sia tutto il sistema a non volersi assumere fino in fondo le proprie responsabilità. Basti ricordare che alla Sanità (il cui ministero è evaporato nella ridistribuzione dei posti di governo) erano dedicate sette righe nel programma elettorale del Pdl, sei in quello del Pd. Tutti e due centrati su una promessa: l'eliminazione delle liste d'attesa. Forse, con una spesa salita a oltre 102 miliardi di euro e uno scandalo al giorno, c'è da fare qualcosa di più.

postato da: Pippem alle ore luglio 17, 2008 21:43 | Permalink | commenti
categoria:malasanitÃ